martedì, 09 giugno 2009

Il test di Paternità

Dovete sapere che la casa di riposo dove lavoro dista circa 45 minuti . Ogni volta che vado, metto su la radio, mi sento meno sola in macchina. Così è stato anche oggi, anzi questa mattina. Si parlava di test di paternità. Come si reagisce alla richiesta di eseguire un test di paternità? È sicuramente una doccia fredda.  Devo spezzare qualche lancia a favore di questi uomini. Molti uomini non sanno che bastano le perdite inconsapevoli prima dell’orgasmo a fecondare un ovulo, è strano, è una “fortuna” pazzesca (nel senso che tante coppie ci provano senza sosta senza riuscirci mai) ma succede. Quindi ripercorrono con la mente tutte le volte in cui si sono accoppiati senza trovare una sola volta in cui sarebbe potuto succedere. Amano la loro compagna, avrebbero voluto dei figli, ma non in quel momento, e si chiedono come sia potuto succedere. Il dubbio si insinua e il più delle volte rimane li perché non si ha il coraggio di chiedere apertamente alla propria compagna: “sei sicura che è mio figlio?”. Qualche volta trovano quel coraggio, e succede il patatrac. Molte donne hanno risposto: “ se il mio lui mi chiedesse un test di paternità lo lascerei su due piedi, all’istante”. È stato facile inizialmente appoggiare quella risposta, ritrovarmi in quelle parole. Come mi sentirei? Offesa, impaziente, delusa, gli sbatterei in faccia il risultato. Poi però ho cercato, di cambiare prospettiva.  Sono un uomo, che è convinto di avere un super autocontrollo del suo pene. Non conosco benissimo il mio apparato riproduttivo e della fecondazione so poco e niente, ma credo di sapere quel tanto che basta: devo venire dentro per metterla incinta. Ora, la mia donna, quella che amo e che vorrei fosse la madre dei miei figli, mi dice di essere incinta, ma io non le sono mai venuto dentro.  Che significa? Mi ha tradito? Sta cercando di riparare un danno e vuol addossarmi la colpa? Mi sento male, sono distrutto. Ho due alternative: chiedere il test e probabilmente distruggere il rapporto per sempre, o tenermi il dubbio. Si sceglie.  Ogni scelta comporta una conseguenza. Io sono una donna gelosa, non posso non comprendere un uomo geloso. Sarebbe giusto che non accadesse, e ne uscirei distrutta dovesse capitarmi, ma è una possibilità che è giusto includere. Noi donne sappiamo benissimo, con certezza assoluta che quello è NOSTRO figlio, il nostro compagno no. Noi li portiamo in grembo e li sentiamo crescere, il nostro compagno sviluppa un legame diverso, non così naturale. Io ho due buone soluzioni al test di paternità:
EDUCARE SESSUALMENTE, fin da subito gli uomini e le donne, per far si che conoscano  a fondo il loro corpo.
Usare il profilattico dall’ INIZIO alla fine del rapporto, a meno che non si rompe, difficile trovare una sorpresina.
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domenica, 07 giugno 2009

La giostra della curiosità

 Credo che il mio tratto più caratteristico, più intimo, totalmente e inguaribilmente mio sia la curiosità. Una curiosità tale che mi domina senza scampo, e mi costringe a ricercare, a trovare e a scoprire. Di tutto, sopra ogni cosa. Questo mi porta quindi a ricercare senza sosta, le motivazioni degli altri, le bugie, le verità, mi porta a ricercare cose che non so e che non mi riguardano da vicino. Essere all’oscuro di qualcosa, di qualsiasi cosa entri nel mio “radar”, mi fa sentire a disagio, mi fa sentire debole, fragile. Il punto sta proprio nello scoprire, una volta “conosciuto”, fa parte del mio bagaglio e rimane lì silente, non senza conseguenze per me, ovviamente.
L’altro giorno parlando di una questione medica, una persona mi ha detto sorridendo, in risposta al mio non conoscere quella particolare condizione, “non mi avrebbe stupito sapere che la conoscessi”.
Io ho sorriso, risposto che non potevo conoscere tutto, e non appena sola, ho cominciato a ricercare tutto ciò che riguardasse quella condizione medica, cure, fattori di rischio, testimonianze.
Ero presa da una frenesia, e più sapevo, più desideravo sapere. Come l’altro giorno parlando con una ragazza in dolce attesa del sesso, ancora sconosciuto, del suo bambino, mi sono ricordata che tutti gli embrioni di base sono femmine, ma non capendo come potesse essere così, dato che gli ovuli vengono precedentemente fecondati da spermatozoi Y o X, determinandone il sesso, ho cominciato a ricercare la risposta alla mia domanda. O ancora, parlando con un’amica cara, anche lei in dolce attesa, di analisi particolari, ho cominciato a cercare, a guardare, a capire. Non per lei, ma per me. Perché detesto essere all’oscuro delle cose che mi circondano, non ho bisogno di dire la mia, ma ho necessità di conoscere tutto quanto necessario per averla una MIA opinione al riguardo.
Ovviamente questa grande curiosità ha molti vantaggi, per merito suo, vengo a conoscenza di molte cose, per piacere personale e questa conoscenza ha un duplice vantaggio, poter essere riutilizzata per cose personali, qualora si presentasse la stessa condizione, rendermi “forte”, di fronte ad altre persone che altrimenti potrebbero giocare con la mia “ignoranza”.
Bisogna però ammettere che non è sempre un bene scoprire fatti che altri vorrebbero celarci, ( altrimenti non avrebbero bisogno di mentire, o di omettere), e scoprirla è un dolore che non sempre si è obbligati a provare. La curiosità, il bisogno smodato di sapere porta a provarlo quel dolore, inesorabilmente e molte volte inutilmente.
Mi dico sempre, di accontentarmi della spiegazione che mi viene data, mi dico sempre di concedermi  la possibilità di non farmi male, ma poi dopo qualche tempo, ecco che il bisogno esplode e mi ritrovo a cercare quella verità dietro la bugia.  Così nella vita, mi sono ritrovata a scoprire tradimenti, mi sono ritrovata a scoprire investimenti sentimental/amicali con le persone sbagliate, che gridavano ai quattro venti quanto fossero dispiaciuti per il mio allontanamento (inspiegabile secondo loro), accontentandosi della mia piccola spiegazione e relegandomi in un posticino buio. Fino alla mia piccola spiegazione, sembrava facessero fiamme per parlarmi, per riavermi, e quella spiegazione non avrebbe mai potuto soddisfare un bisogno così forte, a meno che quel bisogno non fosse tale. Io sapevo bene tutto questo, sapevo che quel parlare, quel lamentarsi non era figlio del bisogno ma figlio della curiosità che il mio comportamento aveva scatenato (anche gli altri sono curiosi, ma spesso non patologici come me), ma la mia curiosità mi ha portata a cercarne le prove. Ho cercato freneticamente, prove dei tradimenti amicali, parentali, sentimentali subiti nella vita e non mi sono accontentata della spiegazione superficiale, ho cercato  negli occhi, nelle parole, negli umori. Ho cercato le prove dei tradimenti più difficili da gestire, non quelli fisici, ma quelli emozionali. Ho fatto ipotesi e cercato prove della presenza di un’incapacità generalizzata a provare emozioni, a rischiare per quelle emozioni e l’ho trovata. Incapacità scambiata per maturità, e per adattamento alla vita, ma pur sempre incapacità.  Io ho capito, più di quanto avrei voluto, più di quanto avrei dovuto. Per colpa della curiosità.
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giovedì, 28 maggio 2009

Il sesso estremo fa bene alla coppia?

Sesso estremo. Aver letto qualche tempo fa un articolo mi ha fatto scattare la voglia di parlare di sesso estremo nel suo versante relazionale. Perché fare sesso non è solo un atto volto a provocare piacere, ma è un atto relazionale, dove si mischiano umori, corpi e menti, anche se i sentimenti non sempre sono in primo piano, anzi spesso non lo sono affatto. Se parliamo di sesso estremo questo atto relazionale poi è ancora più evidente. Come mi ha fatto giustamente notare Carlos, quando si parla di “sesso estremo” si deve star bene attenti a non darne definizione. Ciò che è estremo per me potrebbe essere una pratica da fraticello per altri e viceversa. L’idea di questo post però nasce da un articolo in cui si affermava che il sesso estremo fa bene alla coppia, ed estremo era riferito a pratiche sadomaso. L’articolo parlava di due ricerche che hanno ovviamente i loro lati oscuri (molti, troppi), e concludeva che se le pratiche estreme sono “condivise” da entrambi i partner queste posso legare e appagare le coppie più del sesso romantico e tradizionale. Il sadomasochismo è un fenomeno che mi ha affascinata molto. Il  legame profondo che si instaura tra queste due pratiche è evidente a occhi attenti. Il sadico e il masochista sono come un giano bifronte, sono assolutamente e deliziosamente indispensabili l’uno all’altro. Non c’è sadico che possa sopravvivere così come non c’è masochista che possa esistere senza un sadico pronto ad esaudire i suoi desideri.
Qualcuno potrebbe obiettare che le nostre cronache sono piene di atti sadici senza attori masochisti a soffermarvisi, ma io sto parlando di quella pratica, la cui soddisfazione sensuale e sessuale deriva dalla consapevolezza che l’altro vuole, desidera, AMA quello che stiamo facendo. Piace provocare sensazioni dolorose, ma piace ancora di più sapere che quelle sensazioni dolorose sono desiderate più del piacere stesso. Piacere sessuale.
È chiaro che il sesso è ormai una sfera relazionale importante nelle coppie, ed è altrettanto chiaro che le coppie cercano di appagarsi perché ormai è accettato il fatto che una relazione soddisfacente è anche una relazione sessuale appagante. Questa ricerca di soddisfazione porta spesso a cercare alternative al cosiddetto sesso tradizionale ed usare  vibratori, abbigliamento trasgressivo, film hard fino ad  arrivare a pratiche sadomaso, bondage e altro. Chiaramente, se queste pratiche diventano essenziali per raggiungere l’orgasmo può diventare un problema  ma è molto importante per le coppie, non darsi mai per scontati, mantenere alto il livello di sensualità, piacersi, curarsi, cercare il proprio partner e essere appagati nel corpo e nella mente. Soprattutto, queste pratiche non devono assolutamente essere “subite” ma scelte, perché non c’è peggior cosa nel sesso che accontentare l’altro. Il sesso è libertà prima di tutto, gioco, divertimento e solo questi elementi insieme . portano il tanto agognato appagamento, almeno per me.
L'articolo potete leggerlo qui
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domenica, 03 maggio 2009

Rapeley e i giapponesi

Eccomi di ritorno da Saturnia. Dire che a Fantozzi io non ci ho mai creduto. No, mai, almeno fino a ieri in tarda mattinata, quando dopo aver comprato un giornaliero per le Terme di Saturnia, aver girato nel prato alla ricerca di un pezzettino di verde dove posare l’asciugamano, essere scivolata nella vasca e aver battuto il gomito. Dopo aver finalmente trovato due lettini, non pagati, ma gentilmente concessi da una coppia di emiliane molto gentili. Dopo aver fatto un bagno veloce nella vasca con la puzza di zolfo, e essere rimasta ancora meno nella vasca ad idromassaggio (grande effettivamente quando una vasca da bagno nostrana), dopo tutto questo, quando finalmente mi sono ritrovata a leggere la mia rivista di sessuologia sul lettino gentilmente concesso, ecco arrivare un nuvolone, e scatenarsi un temporale, il tutto mentre il mio lui si trovava a fare una fila chilometrica per una pizzetta con il rosmarino (per chi non lo sapesse non posso mangiare spezie se voglio evitare che mi scoppi l’emicrania). Mangiata per rabbia di fame la pizzetta, togliendo con le mani che puzzavano di zolfo il rosmarino, ho deciso di tornarmene nell’albergo, decisa a non tornare mai più in giornate come queste in un posto come le terme.
E dire che l’idea è stata mia, solo mia.
Pensavo al blog mentre ero in vacanza, al prossimo post, già ce l’avevo in mente. Il sesso estremo fa bene alla coppia, ero decisa a farlo ( e lo farò), ma quando ho letto dell’ultimo videogame giapponese sono rimasta a bocca aperta. Si chiama “Rapelay”, un mix tra Rape e replay, che in inglese significa stupro ripetuto. Un maniaco nel gioco deve andare da una ragazza, formosa all’inverosimile, e palparla, molestarla e stuprarla. Dopo deve trovare le sue due sorelle e la madre e fare la stessa cosa, il tutto tra grida, pianti e urli. La prima scena si trova in una stazione metropolitana (che sembra essere il posto dove si verificano più molestie in Giappone), il resto non so.
Sono rimasta allibita. Mi sembra a dir poco assurdo. Nei siti dove sono andata, si parla di questo gioco, come di un gioco con una grafica da urlo, innovativa, spettacolare, senza il benché minino accenno al contenuto. Ovviamente, altrettanto assurdo è  che qualcuno voglia farlo passare per educativo, e invogliare delle ragazze, per farle giocare a questo “test de rapa” per tentare di impedire al suddetto maniaco di violentare la famigliola. Chissà quale ragazza perderebbe il suo tempo con questo gioco. Quando ho letto nel titolo che volevano farlo passare per educativo, ho avuto paura di sentir pronunciare una parola magica. Catarsi. Sì, ho avuto paura che qualcuno potesse sostenere che  provare a violentare qualcuno in un gioco possa evitare che quello stesso qualcuno lo faccia nella realtà, e sostenere quindi la tesi della prevenzione, a sostenere “Arancia Meccanica non v’ha insegnato niente?”
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giovedì, 30 aprile 2009

Amorevolmente riflesso

Quando la voglia di scrivere torna e chiama, io sono abituata a rispondere, complice poi una risposta che mi ha dato Bruce ad un suo post ed ecco che la lucina dell’ispirazione si accende e va da sola, proprio come qualche tempo fa.
In questo periodo ci sono molte canzoni che mi piacciono, “Primavera in anticipo” della Pausini,
( la voce di James Blunt mi entra dritta nello stomaco e aggroviglia tutto ciò che trova), alcune canzoni di Fiorella Mannoia, che ho scoperto grazie a qualcuno che ama la musica molto più di me, e non ultima “Non è mai un errore” di Raf.
Bruce, nel suo post ha parlato e postato (scusate il giro di parole), proprio quest’ultima canzone.
Di solito, quando amo una canzone, ne amo soprattutto il testo, la musica, non essendo né esperta né troppo appassionata viene in secondo piano.
Con questa canzone è successo proprio il contrario. Pur non amando particolarmente il testo, adoro indiscutibilmente la melodia. Mi sono chiesta se sia opportuno, chiamare una relazione passata “ERRORE”. La risposta che mi sono data è “No”, a meno che non sussistano chiari motivi, come violenze fisiche o psicologiche e che per forza di cose rendono un Errore (alcune volte fatale), la frequentazione di persona.  Il punto però è “ Se si potesse tornare indietro nel tempo, si riavrebbero tutte le relazioni che abbiamo avuto?”
Molti dicono, sostenendolo con forza, che se siamo quel che siamo lo dobbiamo anche e soprattutto alle persone che abbiamo frequentato, alle persone che ci hanno dato o ci hanno tolto, ma comunque ci hanno lasciato un segno indelebile nella memoria.
Io sono, a dir la verità dubbiosa, su quest’ultimo concetto. Ogni relazione ci lascia qualcosa, e su questo non c’è dubbio, anche una alla quale non abbiamo dato nessun peso (ammesso che si possa non dare alcun peso ad un essere umano che si concede a noi, ma questa è un’altra storia), il problema è se alla fine della giostra, quel qualcosa ci è utile in qualche modo. Il problema è che per farne buon uso dobbiamo capir bene i motivi che ci hanno portati alla fine della relazione, ma anche e soprattutto all’inizio.
Quando cominciamo una relazione, non pensiamo che sarà per sempre, ma pensiamo, di essere noi stessi in quella relazione. Credo che molte relazioni in corso, o finite  siano falsate. Una relazione che serve ad esempio come spinta ad uscire da un'altra più complicata è falsata dalla situazione di stagno di uno o tutti e due. Una persona che è stata a lungo sola, e che vede con dolore questa sua solitudine, è un altro esempio calzante. La domanda è; se la persona non si trovasse in una situazione di stagno sentimentale, se non desiderasse così tanto una persona accanto, se non fosse stata così tanto sola, sceglierebbe quella persona, o è più indicato dire “si farebbe scegliere”?
Quella persona è veramente interessante ai nostri occhi, o è il fatto di essere al posto giusto al momento giusto a renderla apparentemente interessante? Credo che il sunto dell’errore stia proprio in questa risposta, basta un Si o un No, e tutto cambia.
 
Questo Week End Sarò in quel di Saturnia… BUON PRIMO MAGGIO a tutti.  
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mercoledì, 29 aprile 2009

Domande, perplessità, riflessioni e ritorni

È molto tempo che non scrivo, un periodo di calma, e la voglia di scrivere, di riprendere in mano il blog torna. Ho superato l’esame di stato brillantemente. Ho cominciato a lavorare in una casa di riposo per anziani. Come psicologa. Faccio colloqui con i parenti, colloqui privati con i miei anziani, attività clinica con 40 anziani tutti insieme. È strano, perché mai nella vita avrei pensato di finire con anziani. È di passaggio ovviamente, ma lavorare come psicologa è già qualcosa che mi riempie di gioia, nonostante ci sia qualche difficoltà a coinvolgermi indirettamente.
Avere a che fare con gli anziani è come aver a che fare con i bambini. In più, molti di loro hanno patologie quindi potete immaginare da soli quanta sensibilità e attenzione bisogna avere nell’impostare rapporti. Poi metteteci il fatto di non trovarsi nel proprio ambiente, con i propri familiari, liberi, e il quadro vi sarà completo.
Ultimamente, mi sto ponendo alcune domande.  Sono circondata da amiche e conoscenti in dolce attesa. Sembra un’ epidemia della cicogna a dir la verità. Solo che quest’epidemia non è pericolosa per niente, anzi. Mi chiedevo se ci sono più donne intorno a me, o se sono io che le noto.
 
Ho fatto un breve ragionamento. Io ho trentatre anni, e tutte queste donne rientrano tra la fascia 27-43 anni.  Probabilmente avessi 18 anni (magari) non ne incontrerei così tante, o non le noterei.  Come si decide di fare un figlio? Qualcuno lo chiede e qualcun altro, accetta? Chi deve prendere l’iniziativa, chi sente l’esigenza, o l’altro che comprende e capisce il bisogno del/la partner? A molti sento dire che è una cosa “naturale”? Forse durante l’atto, mi sono detta, uno dei due se ne esce “caro/a, che ne dici di fare un bambino?” Con rischio di infarto dell’altro/a.
 
La cosa che mi fa riflettere più di tutti è. Come si supera la paura per il cambiamento fisico e psicologico a cui si va incontro?Come si fa a sapere di sentirsi madri? Solo perché amiamo i bambini degli altri, e ne desideriamo uno nostro a dimostrare che siamo fertili? Cosa scatta e ci fa credere di essere pronte in quel momento, talmente pronte da far diventare il bisogno un’urgenza? Come si sa che è veramente quello che si vuole,e non un capriccio perché ci hanno insegnato che una donna che non è madre non è veramente felice? Perché la maggior parte delle donne che sento aver desiderato con i loro compagni una gravidanza, mi raccontano che al momento del test positivo i loro compagni sono rimasti interdetti? Come è possibile rimanere interdetto se si desidera una cosa e quella cosa si avvera? Forse non la desidero così tanto e mi lascio trascinare da quello che l’altro vuole, credendo di desiderarla?
Ho qualche risposta, da parte nel cassetto. L’istinto di riproduzione dovrebbe essere naturale. Gli animali si accoppiano e si riproducono. Noi dovremmo avere questo istinto, ma abbiamo anche le complicazioni della nostra specie. Abbiamo la paura, ci prendiamo cura dei nostri cuccioli più di ogni altra specie, investiamo su di loro i nostri desideri, le nostre aspettative, rendiamo i figli legami a rinsaldare rapporti, a mostrare al mondo quando questi rapporti sono saldi. Soddisfiamo i nostri bisogni di maternità, di gravidanza per sentirci complete, pensando e aspettandoci che i nostri compagni facciano altrettanto con il loro istinto di paternità, senza paure, senza ripensamenti. La paura però resta, il ripensamento anche, e non solo degli uomini. Almeno per me.
 
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mercoledì, 18 febbraio 2009

Ci sarebbe così tanto da scrivere...

(I. Saudek)

Ci sarebbe così tanto da scrivere...

Di Eluana...

Delle dimissioni di Veltroni dal PD...

Della canzone di Povia che è un insulto a tutto ciò in cui credo...

Dell'intervento di Benigni a Sanremo che fa bene al cuore...

Dell'emergenza stupri che sembra dilagare senza battute d'arresto...

Delle ronde e della giustizia fai da te di molte persone che si sentono leggittimate...

Del ragazzino con nove in condotta che ha accoltellato il professore...

Ci sarebbe tanto da scrivere, ma non ci sono le mie parole... ci sono solo io e le  immagini del mio cuore, del mio cervello, delle mie viscere, delle mie ossa... per ora mi accontento di queste, chissà...

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giovedì, 15 gennaio 2009

PRESENZE SILENZIOSE

Questo posto puzza di vecchio, puzza di acqua stagna, nauseante. Credo di poter dire di aver usato il blog al massimo delle mie potenzialità. Ho parlato di me, di cinema, di psicologia, di passioni, ho creato racconti come non avevo mai fatto prima. Ho conosciuto il blog come se fosse una sorta di diario “pubblico”, molto pubblico e poco diario a dire il vero.
Non c’è che dire, le persone che ti fanno conoscere il blog, sono inevitabilmente quelle che influenzano il tuo essere blogger. Probabilmente, se fosse stato Hobbs a indicarmi il blog, non mi sarei sognata mai di parlare di me stessa, delle mie cose personali, probabilmente non l’avrei mai usato per comunicare, o almeno non per comunicare in maniera evidente. Avrei conusciuto il blog come la forma più alta di comunicazione, impersonale e personale allo stesso tempo .
Ogni tipo di blog, racconta cosa pensi, cosa provi, come lo provi, ma lo racconta in maniera diversa, a volte scoperta a volte velata, e devo essere sincera la parte velata è molto più interpretabile e anche fallibile a chi legge.
Io ho “scelto” la via scoperta, e mi sono lasciata anche travolgere dalle cose che mi succedevano, da come mi sentivo. A ripensarci oggi, mi vengono brividi, e non capisco come possa essere successa questa cosa a me.
Ho un account su face book, e in certe cose mi infastidisce. Mi infastidisce l’essere invadente di facebook, e pensare che il blog usato come lo usavo io era invadente tre volte tanto.
Occhi indiscreti, occhi voluti, occhi desiderati, occhi sconosciuti si sono posati su quel blog e hanno letto della mia vita, del mio spaccato e hanno avuto la loro opinione. Qualcuno l’ha espressa, qualcuno se l’è tenuta per se. Altro problema dei blog a via scoperta. I sentimenti che s’intrecciano sono tre volte più potenti di quello che sarebbero nella realtà. Ho ancora malumore verso persone che nella vita reale, non avrei nemmeno sfiorato con lo sguardo, o forse avrei chiarito, ma qui su questo tipo di blog è impossibile “quasi”. Sono molto cambiata. Ho perso la voglia di fare la crocerossina, di volermi far accettare per forza, ho perso la voglia di mettere a disposizione me stessa, indistintamente. Mi stizzisce in maniera pazzesca quando mi si chiede di intervenire “per” qualcuno. Anche per un qualcuno che amo e che conosco, voglio essere io a scegliere, non voglio che altri scelgano per me. Purtroppo, questo ancora non sono riuscita a cambiarlo del tutto, quindi ancora succede, ma mi sono ripromessa di farlo smettere, a costo di perdere, perdere qualcosa che mi farebbe male se continuassi non è perdere.
Ecco svelata la mia assenza e forse per i più attenti il mio cambiamento. Nel blog, non ho voglia di raccontarmi e non ho idee originali anche perché purtroppo qualsiasi cosa scriva viene interpretata come autobiografica anche se racconto come fosse un uomo, o una donna di 80 anni. Forse per togliere questo alone dovrei cominciare da un’altra parte con un nome nuovo. Manca la voglia, però.
Nella vita ci sono e non ci sono, perché ho deciso di scegliere e non di essere scelta. Ho deciso che se voglio avere un rapporto con una persona, devo “sentire” che quella persona lo desidera intensamente, quanto me. I rapporti a metà non li voglio, non mi bastano. Ci tengo a dirvi che non è un post di chiusura, è solo una spiegazione che ho scelto di dare, certo difficilmente chi mi leggerà saprà d’ora in poi qualcosa di me e delle persone che mi sono accanto. Potrà intuirlo, quando e se scriverò, ma appunto sarà intuizione quindi non sprecate il vostro tempo a chiedere se è autobiografico, la risposta sarà sempre NO.
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martedì, 23 dicembre 2008

UN Oscuro Bisogno di Uccidere...

Mi è stato regalato peR natale da Marianna, che come avete capito conosce bene i miei gusti. Semplicemente Mozzafiato.
Buon Natale e Felice Anno Nuovo, non credo ci rivedremo tanto presto.... :)Baci

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mercoledì, 17 dicembre 2008

Apparenti sicurezze e Evidenti insicurezze

Mi sono sempre chiesta come facciano le persone ad essere sicure di se stesse oltremisura.
Per me che rasento il patologico in senso inverso  il solo sentire un po’ di terra sotto i piedi è un miraggio .
Cosa accade nella testa di una persona insicura  è molto chiaro. Non c’è persona, oggetto, atto, che una persona insicura pensi di meritare. Al contrario, le sconfitte sono tutte colpa della persona che non riesce mai a perdonarsi, di un qualsiasi errore commesso, ed è proprio questo ciò che distingue una persona insicura, da qualcuno che finge un tale stato.
Già, le persone insicure fanno del senso di colpa il loro cavallo di battaglia, fino allo sfinimento, fino a fare azioni dichiaratamente autodistruttive proprio per quel senso di colpa che attanaglia cuore, cervello, polmoni, fegato, milza, pelle, ossa, sangue. Come può una persona con un senso di colpa grande come una casa, pensare che quel determinato evento non sia colpa sua, e come può questo sentimento così devastante non generare controindicazioni. Vi chiedo come può una persona  essere sicuro di se stesso, in questo caso? Come può perdonarsi dei piccoli e grandi sbagli che il genere umano commette perché è nella sua natura?
La risposta sembra alla luce del giorno e per una volta è così. Non può e spesso non raggiungerà obiettivi, non assaporerà amori, non annuserà amicizie, per questa caratteristica che è dentro senza sapere come diavolo farla uscire, un cambiamento vero, un processo, solo quello potrà aiutare la persona insicura.
Ci sono invece persone che credono di essere insicure e invece non lo sono, così come esistono persone che si credono sicure di se stesse ma nei piccoli gesti si nota quella terra sotto i piedi che trema.
I finti insicuri si riconoscono perché si perdonano ad ogni sbaglio, perché il loro senso di colpa sembra andare a tempo, vanno in ansia, hanno paura di non raggiungere i loro obiettivi, ma fondamentalmente non sono insicuri, forse rasentano la presunzione di valere più degli altri, e il fatto di non poter costantemente provare questo assunto genera i loro disturbi, il loro disagio che è ben evidente  ma non è insicurezza, soffrono, ma non perchè sono insicuri.
Ci sono invece quelle persone che pensano di poter risolvere i loro demoni raggiungendo traguardi. Sono persone che fanno della parola IO il loro stemma, sono persone che devono assolutamente ribadire il ruolo che ricoprono nella società, nella famiglia, nelle amicizie. Devono costantemente misurarsi con quel ruolo e far capire agli altri che quel ruolo se lo meritano, e soprattutto devono ribadirlo a loro stessi. Se così non fosse non avrebbero bisogno di quell’io costante che stona a chi lo ascolta con attenzione, pensando che non c’è ruolo che tenga, per regalare quel senso di se che ti tiene al sicuro da tante sofferenze e che ti fa pensare: Sono qui perché me lo sono meritato, quella persona mi ama perché sono una persona da amare, ho amici intorno perché valgo come essere umano.
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