lunedì, 16 novembre 2009

Ciao Dolce Marianna

Marianna sognava di stare su una spiaggia, al caldo, a nuotare.
Marianna descriveva la sua casa come un piccolo nido accogliente.
Mariana si era sposata tre volte, la terza diceva era quella giusta, lui era il suo amore.
Era una donna piena di brio, molto curata, non voleva farsi aiutare da nessuno ad alzarsi, lei voleva farcela da sola, il suo bastone era abbastanza.
Quando a Marianna chiedevi a cosa servisse la bocca, le rispondeva sorridendo maliziosa dietro i suoi grandi occhiali scuri, “ a baciare, cos’altro se no?”
Io ridevo, e sentivo tutti gli altri dirle animatamente: “ a parlare, a mangiare, noi siamo vecchi, chi ci bacia?”. Lei sbuffava, e mi diceva: “ questi non capiscono niente”.
Di mestiere faceva l’impiegata, e quando le chiedevo di raccontarmi, lei rideva e cominciava con le sue storie.
Marianna amava fare i solitari. Era un tipo solitario, non faceva amicizia facilmente.
Ben educata, amava giocare a tombola, si faceva coinvolgere nella ginnastica, rispondeva alle domande che facevi e mentre le davo le caramelle, i suoi premi, mi diceva a bassa voce: “ mi farai odiare con tutte queste caramelle”, e rideva quando le rispondevo che non era colpa mia se lei rispondeva a tutto. Ridevamo tutte e due di cuore e spesso ci stringevamo la mano, o ci abbracciavamo. Lei mi diceva sempre: “ ma perché ti ho conosciuto in vecchiaia?” e io le rispondevo; “meglio tardi che mai, è un buon motivo per continuare a vedermi no?”
Marianna aveva una borsa nera di stoffa tutta strappata. Dentro ci portava di tutto. Quando qualcuno provava a togliergliela lei tremava e si agitava. Un giorno mi mostrò il perché della sua agitazione, nascosto in fondo alla borsa, c’era un sacchetto con tutto l’oro che aveva.
Non lo sapeva nessuno, lo sapevo solo io. Marianna nella borsa aveva un calendario, con su scritto tutto quello che doveva fare. Marianna era sola, non aveva avuto figli, non aveva sorelle o fratelli, parenti. Era stata portata nella casa di riposo dal suo commercialista.
Non puoi più stare qui da sola, sei caduta! Le aveva detto.
L’aveva portata lì e aveva smesso di andarla a trovare. Per lei non c’era mai né una telefonata né una visita. Io la vedevo soffrire in silenzio ed ero felice di allietarle la giornata perché il mio sguardo volgeva spesso dalla sua parte. Lei lo sapeva e ricambiava.
Marianna è morta a 92 anni, da sola, senza nessun caro intorno.
Il dolore c’è, il rimpianto di non averla vista, di aver scelto proprio quel giorno di non andare.
Avrei voluto sapesse che io c’ero, che per la preoccupazione non avevo dormito, avrei voluto sapesse che per me lei era speciale, che per me è un dolore sapere che se ne è andata.
Avrei voluto tenerle la mano e rassicurarla, avrei voluto darle un ultimo bacio. Il nostro ultimo bacio. È doloroso togliere il suo nome dalla recita di natale.
Ciao Dolce Marianna.
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giovedì, 12 novembre 2009

Pensieri in stazione

OT: QUESTA NOTIZIA LA AGGIUNGO ORA, DOPO MOLTI DUBBI, MA SENTO DI DOVERLO FARE.
OGGI 13.11.2009 E' VENUTA A MANCARE UNA PERSONA CHE NON ERA UNA SEMPLICE ANZIANA, ERA UN'AMICA, UNA DONNA D'ALTRI TEMPI.
"CIAO MARIANNA".
È un po’ che non scrivo, e devo dire mi sento “in vena” per uno di quei post che chiamo “pensieri in libertà”. I miei pensieri vagano e sembrano fermarsi in stazioni diverse.
La prima stazione la chiamo RISPETTO.
Devo dire che ultimamente il rispetto è una qualità molto rara nelle persone.
Ultimamente, devo dire che ho conosciuto parecchie persone che tendono a prendere sottogamba la questione del rispetto.
Dall’estetista che prima si comporta malissimo e poi ti manda un sms con il quale ti invita a servirti da lei, a colleghe che entrano nel luogo dove TU stai lavorando per fare dei test a qualcuno, lo prelevano, fanno il test e se ne vanno senza nemmeno dirti “buongiorno”.
Eppure ero lì prima di loro, forse si sentivano più “dottoresse” perché avevano in mano qualche reattivo psicologico (uh, il nome tecnico lo conosco anche io).
Mi chiedo come questa persona (l’estetista) abbia potuto permettersi di mandare un sms, come abbia potuto non tener conto che le persone sono libere di rivolgersi a chi vogliono, come possa solo pretendere una risposta, che ovviamente non è arrivata e non arriverà.
Delle mie colleghe invece non voglio pormi alcuna domanda, non mi interessa, ho capito da molto tempo che il mio essere psicologa va di pari passo con la persona che sono.
Non manco di rispetto alle persone perché sono una psicologa, non sorrido per tranquillizzare, non sono educata per aggiudicarmi favori, sono io ad essere così.
Esattamente come loro, che probabilmente oltre ad essere delle professioniste poco valide, sono anche delle maleducate, e il loro lavoro ne risente, visto che non riescono a stabilire un contatto ed escono da quella stanza dicendo sempre che non hanno potuto fare il test. Ci impiegano 5, 10 minuti a decidere che quella persona non PUO’ rispondere, senza chiedersi mai se quella persona non VUOLE rispondere.
 
 
 
Altra stazione di pensiero. MORTE
Alla morte ci si abitua? Oggi sono morte due anziane. Giulia e Leda. Un’altra sta lì per andarsene, ha uno strano rantolo, e io sono molto affezionata a lei, e molto preoccupata. Tutte prima di morire, cominciano a chiamare i loro genitori come se fossero lì presenti in vita. È uno strazio, credetemi, vedere persone che in 24 ore perdono di lucidità e cominciano a vaneggiare. Le ragazze che lavorano lì sembrano tranquille, alcune sorridono, altre prendono il caffè mentre ti danno la notizia,  altre si preoccupano di come reagirà il parente. Io non riesco ad abituarmi e sebbene sia solo un anno che lavoro lì sono stanca di vedere la morte così spesso, troppo spesso.
 
 
Ultima stazione. OBIETTIVI E SCELTE
Perseguire i propri obiettivi è sempre molto difficile.
Anche io ho altri desideri oltre alla realizzazione professionale, ma ho scelto di non fare la casalinga, sposata e con figli (con tutto il rispetto per chi fa questa scelta), e all’ombra di un uomo che si realizza mentre io mi occupo di poppate, pannolini e cacca, con una laurea appesa al muro, bella da vedere,m ma assolutamente inutile.
Ho scelto di perseguire un obiettivo, ho paura di non farcela, ma ho ancora più paura di non saper motivare a me stessa il perché.
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categorie: silvia
venerdì, 23 ottobre 2009

Vittime

Certe storie, da che mondo è mondo fanno sempre discutere.
Se non fosse che il protagonista di questa triste vicenda è un noto regista polacco, probabilmente la liquideremmo con poco.
Se non fosse che è stato rinchiuso e poi è dovuto fuggire  dal ghetto di Varsavia, perseguitato perché ebreo, quello stesso ghetto che è stato la casa di morte di sua madre, forse saremmo tutti più arrabbiati.
Se non fosse che ha trovato sua moglie incinta di otto mesi, trucidata da un satanista probabilmente saremmo meno ben disposti al perdono.
Se non fosse per tutte queste ragioni (importanti nella storia della persona, è inutile negarlo), probabilmente grideremmo giustizia, anche se sono passati 30 anni.
Io personalmente trovo molta difficoltà ad affrontare questa situazione.
Sarà che è uno dei miei registi preferiti, sarà che ho sempre pensato che “l’artista” è un eletto, visionario capace di VEDERE e non solo guardare. Lui sa vedere, sa conoscere l’animo umano, il mio di certo.
Sarà che ho sempre pensato che perdere una moglie e un figlio in quel modo sia devastante, sarà che ho sempre pensato che dover scappare dal proprio posto perché ebreo, è quanto di più aberrante ci sia a questo mondo.
Ci sono tanti modi di vederla questa vicenda. C’è una personalità fragile, devastata dal dolore, probabilmente sta annegando. Purtroppo ha potere. Senza quel potere molte cose non sarebbero successe. Ha il potere del denaro, ma non sa come rivolgerlo al meglio (farsi aiutare sarebbe stata la cosa migliore). Ha Il potere della notorietà. Usa questo potere, per ottenere qualcosa che non gli spetta.  Usa questo potere, questo specchietto per le allodole per prendersi qualcosa che non gli appartiene.
Non avrebbe potuto e non potrà rendere ciò che ha preso. Inutile negarlo, è una vittima di questo mondo, della follia, del potere, del tempo e del denaro.
Poi c’è un’altra vittima. È una personalità acerba. Ancora non sa, non conosce quanto pericoloso sia il DIO potere. Ha 13 anni, e a 13 anni si dovrebbe essere tutelati. Dovrebbero proteggerci, dovrebbero aiutarci ad esprimere tutto il potenziale che abbiamo dentro.
Dovrebbero farci distendere le piccole ali ancora immature che potrebbero diventare ali possenti pronte a volare. Non sarebbe dovuto fuggire, troppo facile, soprattutto PER LUI.
È uno dei miei registi preferiti, l’ho detto, ma io sto con la seconda vittima, da sempre e per sempre, anche dopo 30 anni.  
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categorie: filo spezzato
giovedì, 22 ottobre 2009

Bellezza, colore, valore, disadattemento e rassegnazione

Avrei voluto scrivere un racconto, ma nella mia tradizione blogghiana, non resisto quando trovo spunto dai vostri commenti.
La bellezza di BRUCE, il colore di BESLAN, il valore di HOBBS, la rassegnazione e il disadattamento di SINTAXERROR. Per me, proprio come il titolo di questo blog evoca sono tutti una serie di fili intrecciati in questo assurdo mare che è la nostra vita, un mondo in cui siamo costretti a interagire sempre e comunque con il prossimo anche quando non ne abbiamo voglia.
 
Parto dalla BELLEZZA di BRUCE.
La bellezza, ha ragione BRUCE è diventato il valore ultimo di tutto. Io ho sempre amato la bellezza.
Amo guardare le donne belle, gli uomini belli, i bei quadri, le belle sculture. Amo tutto quello che reputo bello. È un bello particolare, quello di cui parlo. Non è una bellezza effimera, che si riduce a qualche metro di stoffa che calza un bel sedere.  E' un bello che traspare dall’esterno e che aggiunge, aggiunge colore.
 
Il COLORE di BESLAN.
Ah, se il mondo fosse un insieme di colori, dove il diverso rappresenti una risorsa, qualcosa in più. Un meraviglioso arcobaleno che noi tutti abbiamo desiderato ammirare tanto quanto saper riconoscere nelle nuvole le forme da noi tanto amate.
Io sono una persona curiosa, curiosissima. Sono curiosa di conoscere storie, sensazioni, impressioni, di persone diverse da me. Riconoscere la diversità non è razzismo. Comprendere la diversità, cullandola, trovandocisi dentro, sapere che è diverso, e che diverso non è sbagliato, questo sarebbe per me il mondo perfetto, un mondo dove la diversità è un VALORE aggiunto.
 
IL VALORE di HOBBS.
O forse sarebbe meglio l’assenza di valore, come giustamente sottolinea Hobbs,  che di Valore ne ha da vendere e basta fare un giro nel suo blog per rendersene conto. È scomodo e fa male ammetterlo ma è meglio guardare in faccia la realtà. Siamo in un mondo dove non si va avanti per valore, per merito, ma per conoscenze, per opportunità. Ci sono persone che hanno un valore immenso, ma spesso non arrivano alla fine del mese, o devono barcamenarsi come meglio possono e cambiare parte di loro stessi e magari si stancano anche di lottare si sentono DISADATTATI e RASSEGNATI.
 
Ed eccoci alla fine di questo strano post.
Il DISADATTAMENTO  e la RASSEGNAZIONE di SINTAXAERROR
È facile cadere in questa trappola. Facile che le persone più sensibili si sentano estraniati, diversi. Una diversità che non è bellezza e non un valore aggiunto. Una diversità estranea a tutto dove non ci sono altro che la ricerca spasmodica delle somiglianze. Ci cado spesso anche io. Poi il mio animo guerriero ha la meglio e torno a sorridere e a lottare. Per un mondo Bello, colorato, Di valore, dove la rassegnazione non sia più così forte da schiacciare, e nessuno sappia cosa significa sentirsi un disadattato. Per far si che mio figlio un domani possa abitare nel mondo che sogno per lui. O per Lei.
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categorie: confinando
martedì, 13 ottobre 2009

Italia... Bel Paese? No grazie

Siamo nell’Italia dei “papi”, delle escort, delle “sei più bella che intelligente”, delle “belle” donne assolutamente stupide e ignoranti che gridano a tutti che hanno un “cervello”, e poi si sbrigano a mostrare il culo bello tondo e il seno bello sodo.
Siamo nell’Italia dove una ricercatrice guadagna meno di una velina, siamo in un’ Italia che si fa estromettere dal progetto “genoma”, perché non ha i fondi, da noi la ricerca è un optional.
Siamo nell’Italia del maestro unico, nell’Italia delle ronde, dei divieti, Italia, Bel Paese solo di nome e non di più di fatto.
Siamo nell’Italia che fa credere a scrittori superficiali di essere premi nobel per la letteratura.
I blog sono pieni di persone che sono convinte di avere delle “velleità artistiche”, persone che sperano, come nelle favole, che il loro talento venga scoperto per caso, cambiando così per sempre la loro vita, e “vissero felici e contenti”.
A me fanno un po’ sorridere, quasi mi fanno tenerezza, a cercare sempre il biglietto vincitore del Lotto. Santo cielo? Pensi di avere delle velleità creative, tali da poter essere un biglietto d’ingresso nel tuo futuro? Fatti giudicare da chi ne sa più di te, non nasconderti nelle pagine di un blog, tra le braccia dei commentatori, o dei concorsi dove L’inno di Italia è  il massimo della modernità e cultura.
Scrivi per diletto, senza pretese, come una persona sana di mente farebbe.  Continua a farlo.
Io l’anno scorso scrissi dei racconti. Per diletto e senza pretese, mi sono formata per fare la psicologa non per fare la scrittrice. Volevo osare, mettere alla prova la mia fantasia, una prova con me stessa.
Uno scrittore mi scrisse (scusate il gioco di parole), privatamente dicendomi che allora non mi avrebbe pubblicata ma c’era del materiale buono. Mi scrisse, di continuare a scrivere perché gli editori tenevano d’occhio i blog.
Qualcuno mi fece notare, che se voleva farmi dei complimenti poteva farmeli pubblicamente, se veramente mi considerava degna di nota.
A me non interessava pubblico o privato, perché io la scrittrice non ho mai avuto né la voglia ma soprattutto la pretesa di farla.
Ci sono pochissime persone, che hanno quelle velleità artistiche e che possono scrivere senza doversi formare anni e anni e io non faccio parte della categoria, come non ne fanno parte tanti blogger che non se ne rendono conto. Sono persone che spesso hanno fatto percorsi formativi che hanno già dimostrato di avere quelle abilità. In altri, campi, ma sanno, qualcuno gliel’ha detto che ce le hanno.
Ciò che non mi fa sorridere è Cristina del Basso, concorrente del GF, la quale ha risposto ad un interdetto Chiambretti che Rita Levi di Montalcini era deceduta.
Non mi fa sorridere Berlusconi che attacca sulla Bellezza Rosy Bindi, però devo ammettere che  lui ha messo come ministro delle pari opportunità una bella ragazza, e niente più, quindi in una donna vede esclusivamente quello, e qui vi domando apertamente come potete votare un uomo che di una donna vede così poco.
Non mi fanno sorridere tutte quelle ragazze in televisione, inutili, stupide, ridenti e chiacchierate.
Non mi fanno sorridere Barbara Montereale e Patrizia D’Addario, ad anno zero.
Non mi fa sorridere sapere che ci sono persone che si accoppiano con le escort (prostitute), o regalano 1000, 00 (per presenza?), che poi si permettono di giudicare i Clienti, le Prostitute e si innalzino a paladini della famiglia.
Quelli sposati che la sera se ne vanno a puttane togliendosi la fede, dicendo che loro le mogli le rispettano troppo per farci certe cose, quindi meglio tradirle.
Non mi fanno sorridere quei benpensanti che si scandalizzano se vedono due gay (o lesbiche) baciarsi e poi la sera vanno con qualche minorenne straniera o magari con un transessuale. Ho sempre pensato che chi ha un’idea la debba portare avanti, senza timori. Ideologia politica, idee sessuali, idee di varia natura mettono carne all’involucro che è il nostro corpo. Nascondersi, non serve a nulla e non porta a nulla.  Poi ci sono quelle persone che non hanno idee, o meglio hanno le idee di chi gli è accanto.
Come fosse una squadra. Allora, stranamente, si fomentano, prendono il coraggio a 10 mani e tirano fuori tutto… fino alla prossima puntata.
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martedì, 06 ottobre 2009

Beslan e Gaza

Di bambini si parla molto poco. Ora c'è qualcuno che vuole parlare di bambini, dei bambini di Beslan e di Gaza, qualcuno che appena cominciato questa avventura, che ha appena cominciato a curare questo "bambino". Io l'ho trovato/a e ho deciso, come ai vecchi tempi di pubblicarlo, di dare  un pò di visibilità, per fargli vedere cosa vuol dire entrare in questo strampalato mondo... perchè?

Perchè, per una volta sento parlare di bambini...

http://beslanpalestina.splinder.com

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lunedì, 21 settembre 2009

gli OTTO peccati capitali

Ho sempre pensato che l’invadenza fosse uno dei difetti maggiormente pericolosi. Ho sempre creduto che dovesse essere inserita in uno dei 7 peccati capitali. Per me sarebbero dovuti essere 8.
Gli otto peccati capitali, con l’invadenza al primo posto.
Invadere deriva dal latino. Parola composta.
In: in, sopra, contro.
Vadere: andare. Altre frasi per significare il verbo invadere? Occupare l’animo, andare contro d’impeto, prendere.
Perché vi sto dicendo l’etimologia della parola? Perché, se c’è una cosa che ho imparato a psicologia, è che l’etimologia rivela il SENSO di una parola. Rivela la sua essenza.
L’etimologia restituisce alla parola il suo significato nascosto, e insieme a tante altre parole ne caratterizza il contesto.
Da questa premessa è chiaro che non amo le persone invadenti, e non mi reputo tale. È una delle offese che più mi ferisce e che più mi fa allontanare.
Ci sono molti modi di essere invadenti.
 
L’invadenza fisica: è quella più “vissuta”. Ci sono persone, che occupano spazi altrui, prendono libertà che non sono state “concesse”. A chi non è capitato di conoscere una persona invadente?
Una persona che non rispetta il tuo spazio, una persona che ti costringe a mettere barriere, limiti, per fermarla, e magari si offende, nel momento in cui se ne accorge. Ricordo bene la puntata di sex and the city, dove Charlotte si lamentava con il marito perché la loro vita era segnata dalle intrusioni della madre di lui. Addirittura, una volta li aveva colti mentre facevano l’amore, aveva deciso che tipo di arredamento dovesse avere la loro casa, chi invitare al loro matrimonio, cosa dovessero mangiare e quando. Ricordo perfettamente la battaglia tra nuora e suocera, con la nuora che mimava le gesta della suocera per avere lo stesso effetto (una mano sulla spalla del marito/ figlio e una voce suadente che cominciasse con: ma caro…J).
Fortunatamente, i film (o telefilm) esasperano questi concetti, ma il senso estremo dell’invadenza è questo. Occupare spazi e momenti non tuoi.
 
Poi c’è un tipo di invadenza più infido e peggiore di quello fisico, quello mentale. È più infido perché queste persone, sono convinte di avere diritto di fare queste scelte, a scapito degli altri. Pretendono, chiedono, e danno quello che vogliono dare, senza capire che il loro è un autentico atto di violenza ai danni di qualcun altro. È un atto di violenza mentale, non si può cacciare di casa qualcuno che non entra nella tua casa, ma in tutto il resto.
Sono persone che entrano a piè pari nelle decisioni, negli stili di vita, nella vita relazionale di altre persone. Si vantano di non essere invadenti, perché non ci sono fisicamente, ma poi si intromettono in ogni spazio relazionale che percepiscono come libero, anche se è occupato.
Criticano persone e posti frequentati, criticano stili di vita, chiedono continuamente rimborsi per qualcosa che credono sia stato loro sottratto, senza rendersi conto che non erano i legittimi possessori. Chiedono un pagamento per cose che non sono state chieste, chiedono agli altri di giustificare la loro vita, ma si esimono di fare altrettanto.
 
A quel punto, ci sono due soluzioni, si può lasciarsi distruggere da queste persone, si può lasciare a disposizione ogni spazio, mentale o fisico. Possiamo psicologicamente colludere con queste persone, litigando anche, senza però ottenere un risultato. Oppure possiamo esimerci dal litigare, colludendo comunque e dando per scontato di dover abbozzare.  
 
Oppure, si può combattere, mettere limiti e paletti. Si può scegliere di tenere fuori e pagare un prezzo anche altro.
La scelta è sempre e solo la nostra, ma l'invadenza DOVREBBE essere inserita come 1° peccato capitale
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categorie: silvia
martedì, 15 settembre 2009

Famiglie e legami

Le famiglie spesso sono associazioni a delinquere.
Una definizione, brutale, disincantata ma in molti casi, molto vicina alla realtà. Se pensiamo alle reclami tipo basta Barilla, o sughi pronti, dove si vedono sempre tavolate imbandite piene di persone felici di stare insieme, questa definizione acquista un sapore ancora più amaro, perché spesso questo è ritratto che vogliono farci passare quando si parla di famiglia. Le famiglie spesso sono attraversate da rancori, da faide interne che vengono messe a tacere magari a Natale per tornare più forti di prima, il 27 Dicembre.
Il problema, secondo me, è il legame di sangue che intercorre tra i componenti di alcune famiglie.
È come uno specchietto per le allodole. È dar per scontato che l’essenza di quel legame riesca a tener uniti i membri senza che questi facciano minimamente qualche sforzo al riguardo. Non bisogna meritare l’affetto dei propri cari, loro sono “nati” per questo, è naturale. Occhi ingenui potrebbero pensare che è “QUESTA” la verità, che la nostra famiglia è l’eredità che portiamo con noi, quando ne formiamo una, per conto nostro. Spesso, cosa succede quando ne formiamo una propria? Che non ci sta bene, la suocera, la cognata, il genero, la nuora, la sorella della zia della madre e così via.
Perché, non c’è una famiglia che non abbia attraversato qualche problema di questo genere? Perché alcuni superano mentre altri rimangono incastrati e sospesi in queste faide sanguinose quante una guerra di mafia.
Personalmente ritengo che più si è legati da vincoli di parentela e più è difficile superare le crisi, mantenere rapporti.
Conosco moltissime persone le cui famiglie si sono disintegrate per vari motivi, spesso economici, conosco moltissime persone che provano un rancore profondo nei confronti dei genitori, fratelli, zii, cugini perché non sono stati capiti, perché si sentono dati per scontati e molte volte, anche raggirati.
Conosco l’atto di lasciare il proprio genitore in una casa di riposo, perché è d’intralcio alla propria vita. Succede, e spesso si scopre che dietro quell’abbandono c’è il rancore che ha attraversato il figlio. Conosco il rancore che si prova, la voglia di farla pagare, la stupidità di chi è accanto e anziché tirarsi fuori si butta dentro, senza conoscere, ma semplicemente abbracciando acriticamente l’idea dell’amato/a.
Lui, o lei pensa che qualcuno della sua famiglia abbia fatto un torto? Il compagno, o compagna anziché aiutarlo a riflettere, aiutarlo a metabolizzare il rancore, spesso lo appoggia, lo carica, ascolta il suo sfogo e annuisce, favorendo il rancore.
Non penso che un compagno dovrebbe fingere nel caso in cui si accorge che l’altro ha subito un torto, penso però che si dovrebbe valutare, chi ha la freddezza per farlo, tutti gli aspetti che hanno generato quel torto. Soprattutto, capire che se noi lo interpretiamo come un grande affronto, i nostri familiari potrebbero non fare altrettanto, oppure potrebbero avergli dato molto meno peso di quello che è stato per noi in realtà.
Cosa farei? Far fluire la rabbia, discutere, spiegare, e ricordare. Ricordare che i torti possono esser fatti, ma possono anche essere metabolizzati.
Mettersi il prosciutto davanti agli occhi non serve, ma nemmeno stare a recriminare una vita, su un fatto mai discusso, si discute il fatto, lo si elabora e poi con la promessa di fare più attenzione si abbandona il danno.
I legami delle famiglie, purtroppo, generano la malsana idea che qualsiasi cosa accada si resta legati.
Purtroppo non c’è nessun filo invisibile a legare le persone, anzi. Chi è legato da legami parentali deve lottare per mantenerli saldi, perché questi legami non sono stati scelti.
Io posso scegliere un’amica, non una madre o un padre. Con tutta probabilità, la mia amica cercherà nel corso della nostra esistenza di dimostrarmi il suo affetto, più di un padre, una madre o un fratello. Non dico che mi amerà di più, dico che TENTERA’ con ogni mezzo di mostrarmelo quell’amore. Perché, non lo dà per scontato, non sempre. A volte, succede che persino gli amici diano per scontato il legame, forte del tempo che passa, risultato? Il legame si assottiglia sempre più fino a scomparire e a lasciarti solo con ricordi, che spesso non somigliano nemmeno alle persone che hai davanti. C’è chi sostiene di vivere rapporti molto più “liberi” e sereni, senza starsi a preoccupare di dimostrare, e in qualche modo forse ha anche ragione. Io personalmente ho bisogno di sentire vicino le persone che amo, ho bisogno di sapere che possono contare su di me, esattamente come io posso contare su di loro. Ho bisogno di non darli per scontati e non essere data per scontata. Nemmeno da chi mi ha generato e dà per scontato che io sia lì sempre e comunque, contro ogni problema ed evenienza. Non è un voler evitare compiti o impegni, è non sentirli come un obbligo di nascita.
È non pensare che in quanto figlio o fratello io debba amare incondizionatamente. L’amore, purtroppo non segue il sangue benché si pensi il contrario. L’amore va coltivato, curato, fertilizzato. Almeno per me.
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lunedì, 07 settembre 2009

La coca cola

Dopo un post come l’ultimo, una cosa più tranquilla ci vuole proprio. Più tranquilla per voi almeno, per me sta diventando un problema. Dovete sapere che ho smesso di fumare qualche anno fa. Ancora ne ho voglia eppure la mia volontà in questo caso è di ferro, almeno fino ad oggi. Incredibilmente c’è qualcosa a cui non RIESCO a rinunciare. La coca cola. Non è che non voglio rinunciarci, non ci riesco proprio. Quando mi sforzo di non berla, mi sento irritata, e se per puro caso me la trovo davanti ricomincio a consumarla come se niente fosse. Alla fine arrivo a berne una lattina a pranzo e una a cena, senza bere nient’altro durante la giornata. Aiutatemi a smettere :(
1)      Non ditemi che fa male: Lo so e per quanta paura delle malattie io abbia questo non m’impedisce di berla.
2)      Non ditemi che fa ingrassare: per quanto mi interessi l’aspetto fisico, questo non mi impedisce di berla.
3)      Non ditemi che cosa fa nello stomaco, l’ho già letto cercando di farmi colpire dall’ipocondria e non c’è stato niente da fare.
4)      Non ditemi che le pattuglie in America la usano per togliere il sangue dopo gli incidenti: ho letto tutto e anche di più per spaventarmi, niente non ci riesco.
5)      Non ditemi che corrode lo smalto dei denti: non riesce a farmi smettere….
6)      DITEMI cosa fare… comincio seriamente ad aver paura della mia sanità mentale.
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venerdì, 04 settembre 2009

Il maglione di lana e i suoi fili

È molto difficile per me scrivere questo post. Ci ho provato non so quante volte, e ho finito sempre per cancellarne il contenuto. Mi sono anche chiesta se non fosse un segnale per farmi capire che non devo condividere questa cosa con voi, ma questo avvenimento mi ha talmente colpita da non riuscire a smettere di pensare. Ciò significa, che nella tradizione di questo blog, e soprattutto del mio vecchio modo di scrivere, non mi preoccuperò della lunghezza del post, e spero che chi vorrà leggermi avrà la pazienza di arrivare fino in fondo.
Partendo dal principio, prima delle ferie, in una normale giornata di lavoro mi sono sentita dire da una delle operatrici: “ Dottoressa, ha chiamato la figlia della signora L. , e mi ha chiesto di dirle che purtroppo sua figlia minore è morta, si è suicidata”.  Potete immaginare la mia faccia.  Speravo di aver capito male, di avere le allucinazioni, e invece mi è stato raccontato che questa ragazza di 24 anni, ha aperto la finestra, è salita sulla ringhiera e si è lanciata nel vuoto. La signora, in preda al dolore, ha mandato un parente in clinica a spiegare l’accaduto e si è rintanata in una casa di montagna.
Io avevo seguito bene la storia familiare di questa signora.  È stato il primo colloquio anamnestico. Ricordo l’agitazione. La paura di sbagliare. Ricordo le parole della figlia che mi raccontava come la madre avesse reagito male alla morte dell’ultima sorella pochi mesi prima. Una famiglia a dir poco sfortunata. Pochi Anni prima, il marito della figlia, con cui la signora aveva un ottimo rapporto è deceduto annegando. Morte violenta.
La signora ha (o forse sarebbe meglio dire aveva) 3 figlie femmine. La prima non parlava con la seconda e impediva alla sorella di vedere i nipoti. Situazione violenta.
L’ultima figlia era in una collera pazzesca a causa della morte del padre, e aveva trovato la responsabile della tragedia nella sua testa: la Madre. Più volte le ripeteva che era morto il genitore sbagliato. Altra situazione violenta.
Per caso l’avevo conosciuta questa ragazza, la madre avrebbe voluto mandarla da me, ma la ragazza si rifiutava, non era matta. Una ragazza, semplice, con grandi occhi, e alcun sorriso sul viso. Unica volta in cui l’ho vista accennare un sorriso era mentre giocavo con i suoi nipotini. Mentre la rabbia scorreva dentro quella ragazza, un altro incubo si annidava nella sua mente. Il senso di colpa per la morte del padre.  Si, la ragazza si sentiva in colpa perché era stata lei a voler a tutti i costi andare al mare a festeggiare il suo compleanno, e proprio quel giorno la tragedia era dietro l’angolo.
A questo punto dopo avervi chiarito la situazione ho alcune possibilità:
1) posso fermarmi qui e non dire altro, lasciando a voi l’interpretazione
2) posso dirvi cosa dicono i libri a proposito di lutti, depressioni e altro
Scelgo la terza opzione, abbandono i libri di psicologia e tutti i loro linguaggi tecnici (non che non siano importanti) e do la mia interpretazione. Quella famiglia è attraversata da un elemento comune: la Violenza, non quella fisica, ma quella relazionale. Nelle famiglie si discute, si litiga, ci si allontana, ma poi grazie a quel senso di coesione che lega i componenti la maggior parte delle volte ci si riavvicina.  Diversamente da prima, ma ci si riavvicina. In clinica, sostengono che la signora è una donna forte che sa affrontare i problemi. Ma quanti problemi una persona è in grado di sopportare? Quanto può andare avanti senza chiedere aiuto? Ora lei ha chiesto aiuto. A me. E io devo decidere cosa fare e come farlo. Quella famiglia non è riuscita a gestire crisi e eventi, o almeno l’ha gestiti in maniera distruttiva. Le famiglie sono come i maglioni di lana. Sono tenute insieme da fili di lana, tira quello giusto e il maglione verrà via. Completamente.  Ora hanno bisogno di rilavorarlo quel maglione, ed è molto difficile.
La morte purtroppo è un evento naturale. Arriva per tutti, anche se normalmente si fa di tutto per evitarla. Ci sono morti “naturali” e morti “innaturali”. Le morti violente, sono morti innaturali a cui non puoi dar risposta. Il suicidio è la morte innaturale per eccellenza. Spazza via tutto quel che trova… compreso chi resta.   
postato da: NIOBE7 alle ore 09:08 | link | commenti (9) | commenti (9)
categorie: silvia, filo spezzato